intervista con Cinzia Farina





Residuo Fisso : intervsta con Cinzia Farina

Parliamo un po' della tua attività, come nasce la tua passione per le arti visive?

Credo sia iscritta nel mio dna. Da piccolissima, insieme alle mie sorelle e a un'amichetta oggi anche lei artista, passavamo ore a cercare intorno, nelle terre di nessuno di un quartiere anni '50, quelle che chiamavamo “cose belle”. Dalla scatola di fiammiferi gettata alla piuma alla foglia al bottone al legnetto al pezzo di carta colorato. A volte costruivamo, con tali casuali reperti, oggetti inutili e “paesaggi” abitabili. In alternativa, scrivevamo diari e poesie o disegnavamo. Bambine felici, sarà stata l'assenza della televisione! Non ho fatto studi specifici, ma sia al liceo che all'università (lettere moderne) ho diviso equamente i miei interessi tra letteratura (mi sono laureata con una tesi su Montale) e storia dell'arte, che ho poi insegnato in vari licei della provincia di Enna. Senza mai smettere (a cicli e rivolgimenti decennali) il fare, tempere acrilici carboncini poi chine, passando dal figurativo a tendenza espressionista degli inizi, via via a scelte sempre più astratte e concettuali, fino alla poesia visiva e al collage divenuto mezzo espressivo d'elezione. Con un fecondo intermezzo, negli anni '90, in cui ho condotto, accanto a laboratori di lettura e scrittura, atelier di riutilizzo creativo di materiali di scarto, ed esperienze artigianali volte alla realizzazione non convenzionale di abiti, arredi, oggetti.



Pensi che ci sia qualche artista del passato verso il quale ti senti debitrice?

Ho studiato in maniera appassionata l'arte moderna e contemporanea. Le diverse poetiche e risposte al travaglio dei tempi. Sentendomi ogni volta “interna”, chiamata in causa. Di ogni segno e disegno mi sento in debito. Nana sulle spalle di giganti. A dover fare nomi, le avanguardie russe soprattutto per l' uso del colore e la composizione e il Bauhaus, Schwitters e la Nevelson, Rauschenberg e Spoerri, grandi donne come Hannah Hoch, Sophie Tauber Arp, Sonia Delaunay. Poi la Bourgeoise e soprattutto la grande Maria Lai. L'essenzialità dell'arte povera, Pascali, Beuys, Pistoletto, Boetti, Merz… Ma già – mi accorgo – scivoliamo nelle passioni del presente…



Cosa intendi trasmettere attraverso le tue opere?

Dietro ogni mia opera, antecedente e necessario, c'è sempre un pensiero, un concetto, lasciato a sedimentare lungamente in quello che io chiamo il mio “brodo primordiale”. Ed è attraverso il filtro di questo pensiero/concetto che poi nel concreto guardo tra i colori le carte i materiali sparsi nel mio studio e, aiutata dal caso, scelgo, faccio, assemblo, compongo. Con questo voglio dire che il significato, il messaggio, esiste sempre come movente e radice, ma non necessariamente si trasmette nella sua peculiarità e interezza. Non amo i significati troppo espliciti, troppo dichiarati. Anche quando la mia opera risponde a un tema dato. Penso che riducano lo spessore dell'esperienza estetica, che ha bisogno di dialogo e tempo, di margini molto ampi di indefinito. Ho fiducia che se il lavoro nasce dal fondo di noi, se l'abbiamo sentito scendere dentro e risalire, se abbiamo sperimentato la sensazione della giusta forma, esso trasmetterà in qualche modo il pensiero originale, in quella forma aperta capace di porsi in dialogo col fruitore.



Visto che questa sarà una mostra virtuale, ritieni che le cosiddette nuove tecnologie abbiano in qualche modo influenzato il tuo percorso artistico? E, in caso di risposta affermativa, ci racconti brevemente come?

Sono affascinata dalle nuove tecnologie. Le reputo un arricchimento da molti punti di vista, compresa la possibilità di un'informazione non addomesticata. Non sono quello che si dice una “nativa”, ma sono riuscita a imparare qualcosa. Parlo soprattutto dell'aspetto social delle nuove tecnologie. La possibilità di creare e tenere una rete di contatti, conoscere e farsi conoscere in modi e tempi impensabili in passato. Ricevere e restituire stimoli. Tutto ciò influenza indubbiamente, nel bene e nel male, il lavoro di un artista. Dal punto di vista del fare, non sono ancora riuscita a trovare il tempo per provare seriamente. E' sicuramente una frontiera interessante e non dispero. Per ora sono solo capace di regolare colori e saturazione di stampa.



E ora passiamo al medium “poesia visiva”, perché la usi? C'è qualcosa che ti attrae particolarmente in questo tipo di linguaggio espressivo?

Ci sono arrivata attraverso un processo di progressiva semplificazione, un togliere. E un processo di sintesi che unifica i due lati della stessa passione. L'immagine si fa discorso e la parola immagine. Mi piace la concettualizzazione che consente. Lo spazio che fornisce alla meditazione. La distanza pensosa che crea dal mondo della materia nell'attimo stesso in cui questo si dà. Come ti dicevo prima, prediligo l'assenza di messaggi troppo espliciti, o troppo completi. Preferisco alludere piuttosto che dire. Preferisco la parola spezzata, smozzicata, il suo residuo visibile sul bordo del foglio, sull'orlo del silenzio. Ecco. Il silenzio è l'orizzonte in cui iscrivo la mia poesia. A volte fino all'estremo limite dell'asemico. Fondamentalmente perché, non mi piace la retorica, nella vita come nell'arte, l'auto celebrazione, quella posa insita in ogni affermazione… chissà, magari finirò col tacere del tutto, seduta in silenzio davanti al mare o al giocare pensoso di uno dei miei nipotini…



Prossimi progetti?

Per il momento continuare la mia sperimentazione sul bianco e nero. Sulla trasparenza. Siamo sempre lì, come vedi, in quella terra di mezzo tra essere e non essere, tra materiale e spirituale. In cui si impigliano i nostri balbettii. Da un po' lavoro con le garze, bianche. E con l'acetato trasparente. Ho realizzato dei lunghi teli (h 3 mt) per istallazione e parecchi libri d'artista in questa chiave. Devo ancora arrivare al fondo. Aldilà, non so ancora cosa c'è…





La Selva dei Colori : postmaster@laselvadeicolori.it